
Nella prima settimana di maggio 2026, il Nasdaq 100 conferma un profilo tecnico fortemente rialzista, portato a da un rally di circa il 25% dai minimi del 31 marzo.
Le quotazioni si muovono ora ben oltre l’area dei 27.000 punti, sostenute da una spinta acquirente che trasforma l’ex zona di consolidate di metà aprile (26.500–26.700 punti su CFD Pepperstone, NAS100 su TradingView) in un terreno solido alle spalle del trend.
La soglia psicologica dei 27.000 punti si è ora consolidata come primo supporto dinamico di breve, mentre il mercato valuta aperture verso l’area 28.000–28.300 e, in estensione, la target delle 30.000 unita.
La fase corrente è dominata da una forte tensione direzionale. Dopo aver rotto in modo deciso le resistenze intermedie, il listino tecnologico ha accelerato verso nuovi massimi storici, con operatori che iniziano a disegnare scenari di prosecuzione del trend fino ai 30.000 punti.
Tuttavia, la rapidità dell’impennata rende l’indice più esposto a correzioni tecniche potenzialmente profonde, specialmente in caso di prese di profitto sulle Big Tech o di un brusco rialzo dei rendimenti obbligazionari statunitensi.
Sul fronte macroeconomico, l’azionario USA si muove in un equilibrio delicato tra la resilienza della crescita e la prudenza della Federal Reserve, che continua a bilanciare il sostegno all’economia con la necessità di completare il processo di disinflazione.
Il corridoio dei Fed Funds rimane fermo al 3,50%–3,75%, confermato nelle ultime riunioni di Marzo e Aprile 2026, con una guida esplicitamente data-dependent in assenza di un chiaro rallentamento dell’inflazione core.
In questo contesto, le prossime letture del deflatore PCE e le nuove stime di PIL diventano cruciali: un’inflazione ancora vischiosa rischia di rinviare eventuali allentamenti monetari, comprimendo i multipli che hanno alimentato l’ultimo rally del comparto growth.
Il Nasdaq 100, per sua natura fortemente sensibile ai tassi a causa della lunga duration dei flussi di cassa futuri, rimane particolarmente esposto a nuove risalite del Treasury decennale, il principale benchmark per la valutazione dei flussi attualizzati.
Il premio al rischio geopolitico legato al Medio Oriente si è parzialmente ridimensionato, favorendo un clima più favorevole al risk appetite, pur senza essere completamente riassorbito, come mostrano i mercati energetici ancora vigili.
In questo ecosistema, i driver strutturali restano invariati: Intelligenza Artificiale, espansione dei data center e semiconduttori costituiscono l’ossatura della narrazione rialzista, con il comparto dei chip tornato protagonista dell’ottimismo sull’indice nel 2026.
Valutazioni così elevate richiedono conferme solide sul fronte fondamentale, soprattutto in termini di crescita degli utili e intensità degli investimenti in Capex legati all’infrastruttura IA, dove le aspettative del mercato restano molto ambiziose.
La stagione delle trimestrali rappresenta un vero stress test per l’intero listino: i bilanci delle mega cap tecnologiche, in particolare le società esposte a cloud, IA e semiconduttori, stanno determinando il ritmo degli scambi.
Il mercato guarda oltre i risultati passati, concentrando l’attenzione sulle guidance per i prossimi trimestri e sui piani di spesa in conto capitale.
Qualunque segnale di rallentamento nella crescita dei ricavi cloud o un freno agli investimenti nelle infrastrutture IA potrebbe innescare rotazioni settoriali violente e brusche ricompressioni dei multipli, specialmente nei segmenti con maggiore aspettativa di crescita incorporata nelle valutazioni attuali.
A completare il quadro di breve periodo, l’attenzione degli operatori resta fissata sui dati anticipatori del mercato del lavoro USA: sussidi di disoccupazione, report JOLTS sulle posizioni aperte e, all’inizio di maggio, i Non-Farm Payrolls e la dinamica salariale.
Una tenuta eccessivamente robusta dei salari rafforzerebbe l’approccio attendista di Jerome Powell, confermando per ora un sentiero di politica monetaria solo marginalmente meno restrittivo e mantenendo alta la sensibilità dei listini ai supporti chiave identificati sul Nasdaq 100.
L’S&P 500 ha chiuso la settimana terminata venerdì 8 maggio 2026 con un’intonazione ancora costruttiva, archiviando la seduta a 7.398,93 punti, dopo un massimo intraday a 7.401,50 e un minimo a 7.362,97, in ulteriore estensione rispetto ai livelli di fine aprile.
La dinamica recente configura un consolidamento alto sopra la soglia psicologica dei 7.300 punti, con il mercato che continua a lavorare nella parte superiore del canale rialzista di breve periodo e che, nelle ultime sedute, ha densificato le contrattazioni tra 7.320 e 7.420 punti, costruendo una base tecnica potenzialmente funzionale a ulteriori estensioni rialziste.
Dal punto di vista della price action, il movimento di inizio maggio si inserisce in una sequenza di massimi e minimi crescenti che ha preso forza dopo il consolidamento di metà aprile, con fasi di moderata volatilità intraday ma con chiusure sistematicamente posizionate nella parte alta del range giornaliero.
In questo contesto, l’area 7.320‑7.350 punti si conferma come prima fascia di supporto di brevissimo periodo, mentre sul lato alto la zona 7.400‑7.430 punti rappresenta la resistenza immediata da monitorare per la validazione di un nuovo impulso direzionale.
Sul grafico CFD Pepperstone, la media mobile semplice a 50 periodi (SMA 50) transita in queste settimane in prossimità dell’area 7.250‑7.280 punti (valore indicativo variabile a seconda della piattaforma), fungendo da supporto dinamico di medio periodo e da vero e proprio “pavimento” tecnico per eventuali fasi correttive.
Le quotazioni dell’S&P 500 hanno mantenuto le chiusure daily stabilmente al di sopra di questa soglia, confermando un trend rialzista strutturato e ancora intatto, con una distanza percentuale dalla SMA 50 nell’ordine del 1,5‑2,0%, compatibile con un mercato in fase espansiva ma non eccessivamente tirato rispetto al proprio fair value di medio periodo.
Questa relativa prossimità alla media mobile riduce il rischio di correzioni violente di tipo mean reversion e suggerisce una dinamica di mercato “respirante”, in cui estensioni e consolidamenti si alternano senza deviazioni eccessive dalle medie di riferimento. In termini operativi, finché l’indice mantiene chiusure sopra l’area 7.250‑7.280 e sopra la SMA 50, lo scenario di base resta coerente con un trend rialzista maturo ma non ancora esaurito.
L’indicatore RSI a 14 periodi sull’S&P 500 rimane in una fascia di ipercomprato moderato, con valori prossimi o lievemente superiori a 70 nelle ultime sedute, coerenti con un mercato che viaggia sui massimi storici.
In contesti di trend strutturalmente rialzista, l’RSI può restare in territorio estremo per periodi prolungati senza innescare inversioni immediate, ma storicamente valori sopra 70 aumentano la probabilità di fasi di consolidamento laterale o di pullback tecnici nel breve termine.
Dal punto di vista tattico, ciò suggerisce prudenza nell’apertura di nuovi ingressi long aggressivi sui livelli attuali, privilegiando strategie di acquisto su ritracciamento verso aree di supporto chiave (prima fascia 7.320‑7.350, supporto critico 7.250‑7.280 in corrispondenza della SMA 50).
Per le posizioni già aperte, la presenza di un RSI elevato giustifica l’eventuale adozione di realizzi parziali in prossimità delle resistenze superiori, mantenendo comunque un bias direzionale positivo finché non si osservano segnali tecnici di deterioramento più profondo.
La mappatura dei livelli tecnici sull’S&P 500 evidenzia una struttura ben definita. Il primo supporto dinamico immediato si colloca in area 7.320‑7.350 punti, coincidente con la fascia di consolidamento delle ultime sedute e con una zona ripetutamente difesa dagli operatori istituzionali.
Il supporto critico di breve/medio periodo resta invece l’area 7.250‑7.280, in prossimità della SMA 50 e della base dell’ultimo trading range ascendente: una chiusura daily confermata sotto questi livelli, con follow‑through negativo, aprirebbe spazio verso un test dell’area psicologica 7.200 punti, dove si colloca un ulteriore cluster di supporti statici e dinamici.
Sul lato delle resistenze, la fascia 7.400‑7.430 punti rappresenta il primo ostacolo immediato, essendo area di massimi recenti e di forte visibilità tecnica.
Un breakout confermato in chiusura sopra 7.430, supportato da volumi in espansione, aprirebbe teoricamente spazio verso target successivi in area 7.500 punti e, in estensione, 7.550‑7.600 punti, corrispondenti alla parte alta del canale rialzista di breve periodo. In assenza di catalyst macro particolarmente positivi, tuttavia, su questi livelli non è da escludere l’emergere di prese di profitto più consistenti.
L’indice VIX 3M (CBOE S&P 500 3‑Month Volatility Index) continua a muoversi su livelli sensibilmente superiori alle fasi di piena complacenza, con valori recenti oscillanti in area 20‑23 punti, a fronte di un’S&P 500 sui massimi storici.
Questa configurazione segnala un repricing strutturale della curva di volatilità implicita, in cui la domanda di protezione rimane elevata nonostante la forza del sottostante, con premi delle opzioni put significativi rispetto alla media storica dei periodi “tranquilli” (tipicamente sotto 15 punti).
Gli spike oltre 22‑23 punti osservati in corrispondenza di giornate di debolezza dell’equity confermano un pattern ricorrente di flight to protection, con flussi tattici verso strategie di hedging tramite opzioni che alimentano brevi impennate della volatilità implicita. Il successivo rientro verso area 20‑21 punti ha segnalato una parziale normalizzazione del sentiment, ma non un ritorno a condizioni di euforia o disinteresse per il rischio.
Operativamente, un VIX 3M stabilmente sopra 20 implica costi di copertura elevati per chi acquista protezione lineare, rendendo più interessanti strategie alternative come collar, put spread o l’uso di stop loss dinamici, mentre per gli investitori sofisticati aumenta l’appeal di strategie di vendita di volatilità (covered call, cash‑secured put), a patto di gestire con disciplina il rischio di drawdown improvvisi.
La coesistenza di equity in area record e volatilità implicita su un gradino più alto rispetto al passato suggerisce un regime di “risk‑on cauto”, caratterizzato da mercati più sensibili alle sorprese macro e geopolitiche.
Il quadro tecnico si inserisce in un contesto macro ancora dominato dalla narrativa “higher for longer” della Federal Reserve, che dopo il meeting FOMC di fine aprile 2026 ha ribadito l’intenzione di mantenere il tasso sui Fed funds nel corridoio 4,75‑5,00% fino a quando i progressi sull’inflazione non saranno giudicati “sufficientemente solidi e sostenibili”.
L’ultimo dato sul deflatore PCE core, pubblicato a fine aprile, ha mostrato una dinamica tendenziale ancora superiore al target del 2%, pur con segnali graduali di raffreddamento rispetto ai picchi del 2022‑2023, mantenendo elevata l’attenzione del mercato sui prossimi aggiornamenti.
Sul fronte del lavoro, i più recenti Non‑Farm Payrolls di inizio maggio hanno evidenziato una crescita occupazionale ancora robusta, accompagnata da un tasso di disoccupazione che oscilla poco sopra i minimi storici e da una dinamica salariale che rallenta solo marginalmente, alimentando l’idea di un’economia in “atterraggio morbido” ma non priva di rischi di riaccensione inflazionistica.
In questo contesto, la stagione delle trimestrali delle società dell’S&P 500 e del Nasdaq‑100 rappresenta un ulteriore driver di volatilità selettiva, con diverse big cap che hanno pubblicato risultati superiori alle attese sul fronte utili ma, in alcuni casi, con guidance più prudenti per la seconda parte dell’anno.
L’Nasdaq‑100 continua a svolgere il ruolo di indice guida della propensione al rischio sul comparto growth/tech, aggiornando a sua volta i massimi storici in area 29.234,99 punti alla chiusura di venerdì 8 maggio 2026, dopo un massimo intraday identico e un minimo di seduta a 28.751,21.
La performance recente vede l’indice in decisa outperformance rispetto all’S&P 500, con un rendimento year‑to‑date sensibilmente superiore, sostenuto dalla forza delle mega‑cap tecnologiche e dal comparto semiconduttori, protagonisti della narrativa collegata all’intelligenza artificiale.
La price action di inizio maggio mostra un trend rialzista di medio periodo già ben strutturato, partito dai minimi di marzo in area 26.000‑27.000 punti e progressivamente consolidato con massimi e minimi crescenti, fino al breakout di inizio maggio sopra la soglia psicologica dei 29.000 punti.
In questo quadro, l’Nasdaq‑100 rafforza la propria funzione di barometro del sentiment sull’innovazione tecnologica e sui temi AI‑driven, con i flussi di capitale che continuano a privilegiare i nomi a più alta capitalizzazione del comparto.
La volatilità intraday dell’Nasdaq‑100 resta superiore a quella dell’S&P 500, con range giornalieri che in più sedute hanno superato i 400‑500 punti, riflettendo la maggiore sensibilità del listino al repricing dei tassi di sconto e ai temi di duration equity.
Dal punto di vista dei livelli tecnici, il primo supporto di breve periodo si colloca ora in area 28.600‑28.800 punti, corrispondente ai minimi delle ultime sedute e alla base del breakout sopra 29.000, mentre un supporto più profondo, di natura strutturale, è individuabile in area 28.000‑28.200 punti, zona di precedente congestione e potenziale area di pullback in caso di correzione più articolata.
Sul lato alto, la resistenza immediata coincide con l’area 29.250‑29.300 punti, dove si concentrano i massimi recenti e dove potrebbero emergere prese di profitto dopo il rally delle ultime settimane.
Un superamento netto e confermato in chiusura sopra 29.300 aprirebbe teoricamente spazio verso target successivi in area 29.800‑30.000 punti, dove passano i prolungamenti delle trendline superiori del canale ascendente in atto da marzo.
Dal grafico CFD Pepperstone, la SMA 50 dell’Nasdaq‑100 transita attualmente in area 28.000‑28.200 punti, fungendo da supporto dinamico di medio periodo e confermando la solidità del trend rialzista.
L’indice ha lavorato stabilmente al di sopra di questa soglia, con i test più profondi delle ultime settimane che hanno toccato la media senza violarla in chiusura daily, configurando back‑test tecnici “puliti” che ne hanno rafforzato il ruolo di floor del movimento.
La distanza percentuale tra la chiusura di venerdì a 29.234,99 punti e la SMA 50 si colloca nell’ordine del 3‑4%, superiore a quella osservata sull’S&P 500, segnale di un momentum rialzista più aggressivo ma anche di una maggiore vulnerabilità a fasi di mean reversion in presenza di catalyst negativi (earnings deludenti, newsflow macro o geopolitico avverso).
L’RSI a 14 periodi sul listino tecnologico si attesta in piena area di ipercomprato, con valori prossimi a 75‑80, livelli che storicamente tendono a precedere fasi di consolidamento o correzioni più marcate, pur potendo persistere a lungo in contesti di breakout strutturali alimentati da flussi di domanda persistenti.
In ottica tattica, questo quadro configura un chiaro alert: il mercato appare “surriscaldato” nel breve, ma finché i supporti chiave (28.600‑28.800 e, più sotto, 28.000‑28.200 in corrispondenza della SMA 50) reggono in chiusura, le eventuali correzioni possono essere lette come semplici pullback in trend rialzista e potenziali occasioni di ingresso su livelli di prezzo più equilibrati.

Nella settimana 20–24 aprile 2026 il Dollar Index (DXY) ha proseguito una fase di consolidamento laterale all’interno di un corridoio compreso tra 98,00 e 99,00, dopo la discesa più ordinata registrata nella settimana precedente. L’ottava si è aperta lunedì 20 aprile con prezzi attorno a 98,28–98,40, per poi muoversi in un range stretto nelle sedute successive: il 21 aprile il DXY ha oscillato tra 98,06 e 98,57, mentre il 22 aprile ha segnato un minimo a 98,21 e un massimo a 98,64, chiudendo a 98,59. Il 23 aprile il cambio ha toccato 98,77 in chiusura (+0,18%), per poi arretrare leggermente il 24 aprile, con range intraday 98,49–98,92 e chiusura stimata intorno a 98,53 (‑0,24%).
Dal punto di vista della market structure, il Dollar Index continua a lavorare stabilmente sopra il supporto psicologico di 98,00, livello testato più volte durante la settimana senza mai cedere in modo netto. La fascia 98,80–99,00 si conferma come resistenza di breve termine più rilevante, con i massimi intraday del 24 aprile che hanno sfiorato quota 98,92 senza completare un breakout chiaro.
Il quadro tecnico mantiene un’impostazione di leggero rialzo su base mensile (+2,1% year‑to‑date), ma con momentum in fase di rallentamento rispetto ai picchi di marzo, quando il DXY ha quote superiori a 101,00. Il range 52 settimane 95,55–101,98 mostra come l’indice si trovi oggi nella parte medio‑alta della distribuzione annuale, con spazio sia per ulteriori allunghi verso 99,50–100,00 sia per ritracciamenti verso il supporto a 97,60–97,80.
Sul piano macro, il dollaro resta sostenuto dai rendimenti relativi tra USA e Germania, con uno spread ancora in area 159 punti base, nonché dalle aspettative di politica monetaria “higher for longer” da parte della Fed. Il tasso sui fondi federali (Fed funds) è stato confermato il 29 aprile 2026 nell’intervallo obiettivo del 3,50%–3,75% per la terza riunione consecutiva, in linea con le indicazioni del comunicato della Federal Reserve e con le traiettorie di mercato più prudenti sulle future discese.
Al contempo, la divisa americana mostra maggiore vulnerabilità alle prese di profitto dopo il rialzo dei mesi precedenti, collocando il DXY in una fase di stallo operativo.
Nella settimana 20–24 aprile 2026 l’EUR/USD ha vissuto una fase di profit‑taking dopo aver tentato senza successo di consolidarsi stabilmente sopra 1,18 nella settimana precedente.
L’ottava si è aperta lunedì 20 aprile con quotazioni in area 1,1555 (dato di riferimento BCE), evidenziando già nelle prime sedute un cambio di tono rispetto ai massimi di metà settimana precedente. Il 21 aprile la coppia ha oscillato tra 1,1592 e 1,1650, chiudendo poco sopra 1,1665. Martedì 22 aprile si è registrato un tentativo di recupero, con massimi intraday a 1,1763 e chiusura in area 1,1705–1,1744, ma il movimento non ha trovato il follow‑through necessario per una spinta rialzista strutturale.
Il 23 aprile la coppia ha confermato la debolezza, aprendo a 1,1705 e chiudendo a 1,1684, con range giornaliero 1,1669–1,1717 (‑0,18%). Il 24 aprile, dopo un’apertura in area 1,1689, l’EUR/USD ha oscillato tra 1,1673 e 1,1724, recuperando parzialmente terreno e chiudendo intorno a 1,1719–1,1722 (+0,33%).
In chiusura di settimana, il cambio si è quindi posizionato in area 1,1720, appena sopra la soglia psicologica di 1,17, con l’indice DXY in prossimità di 98,50.
Dal punto di vista tecnico, l’EUR/USD ha arretrato dalla zona di resistenza 1,1760–1,1800 testata a fine settimana precedente, riportandosi verso l’area 1,17, che ora funge da pivot tecnico centrale.
L’analisi di fine settimana descrive un quadro misto: da un lato la coppia ha consolidato guadagni rispetto ai minimi di metà marzo e beneficia di segnali positivi dall’RSI dopo aver toccato livelli di forte ipervenduto; dall’altro, il trading persistente sotto la media mobile esponenziale a 50 periodi limita le possibilità di una piena ripresa nel breve termine.
I livelli chiave per la settimana successiva si posizionano a 1,1688 come primo supporto immediato, seguito da 1,1675–1,1650 come fascia di tenuta strutturale, mentre sul lato resistivo l’area 1,1736–1,1784 rappresenta la zona da superare per riaprire le prospettive rialziste verso 1,1800.
La chiusura settimanale in area 1,1719–1,1722 lascia la coppia in una posizione neutrale all’interno del range 1,17–1,18, con il superamento netto di una delle due soglie necessario per definire la direzionalità di medio periodo.

Nella settimana 20–24 aprile 2026 il GBP/USD ha vissuto una fase di consolidamento e parziale ritracciamento dopo il forte rally della settimana precedente che aveva portato i prezzi sopra 1,36.
L’ottava si è aperta lunedì 20 aprile con quotazioni in zona 1,3530–1,3538, confermando la tenuta sopra il supporto chiave a 1,3485. Nelle sedute successive la sterlina ha progressivamente alleggerito: il 21 aprile la coppia ha oscillato tra 1,3486 e 1,3538, chiudendo a 1,3530, mentre il 22 aprile ha registrato un range 1,3493–1,3535, con chiusura poco variata a 1,3512 (+0,04%).
Il 23 aprile si è manifestata una discesa più marcata, con chiusura a 1,3508 (‑0,31%) e test del supporto in area 1,3442–1,3480. Il 24 aprile non sono disponibili dati di chiusura precisi in tutte le fonti, ma l’analisi tecnica di fine settimana indica una coppia che lavora ancora sopra 1,34, pur mostrando segni di esaurimento della spinta rialzista di breve.
Dal punto di vista della market structure, il GBP/USD mantiene un trend di medio periodo ancora positivo, mentre l’analisi a breve evidenzia un lieve indebolimento delle quotazioni al test della resistenza 1,3512–1,3533, con segnali di possibile estensione negativa verso i supporti 1,3442–1,3418.
Il livello 1,3483–1,3485, che aveva funzionato come resistenza primaria superata a inizio aprile, ora rappresenta un supporto dinamico di rilievo: la sua tenuta è essenziale per mantenere intatta la narrativa di uptrend ordinato, mentre una rottura sotto questo livello aprirebbe spazio a un ritorno verso 1,3418–1,3380.
La fascia 1,3530–1,3550 si conferma come area di resistenza immediata, mentre un eventuale recupero sopra 1,3560 riporterebbe in gioco i target superiore verso 1,36 e oltre. Nel complesso, la settimana 20–24 aprile mostra una sterlina in fase di pausa dopo il forte rialzo precedente, con price action che riflette prese di profitto e consolidamento in attesa di nuovi catalyst macro, come i dati successivi sul regime di inflazione britannica e le prospettive sul tasso di interesse della Bank of England.
L’andamento di DXY, EUR/USD e GBP/USD si colloca in un contesto di politica monetaria ancora relativamente “high” da parte della Fed, con i Fed funds confermati a 3,50%–3,75% ad aprile 2026 e il mercato orientato a uno scenario di slow‑down moderato invece che a ulteriori tagli aggressivi.
Sul fronte lavoro, i Non‑Farm Payrolls di aprile 2026 sono risultati a +115.000 unità, sopra le attese di 62–65.000 unità ma al di sotto delle letture di marzo, con il tasso di disoccupazione stabile a 4,3%. Questo quadro ha rafforzato la narrativa di crescita moderata e pressione sui salari ancora contenuta, lasciando spazio a divergenze interpretative sul timing del prossimo eventuale rate cut.
Sul versante inflazione, i dati PCE di marzo 2026 (ultimo dato disponibile al momento della settimana 20–24 aprile) evidenziavano un core PCE in linea con le aspettative, confermando una decelerazione graduale ma non ancora completa dei prezzi verso il target del 2%. Questo mix di dati ha contribuito a mantenere il differenziale di rendimento tra USA e Europa ancora favorevole al dollaro, pur con un’erosione progressiva della carry advantage che ha già pesato sulle massime del DXY sopra 101,00.

Nella prima settimana di maggio l’oro ha proseguito una fase di consolidamento ordinato sopra area 4.700 dollari l’oncia, smaltendo l’eccesso accumulato sui massimi storici di inizio anno senza compromettere il trend rialzista di medio periodo. Sul CFD XAU/USD i prezzi gravitano intorno a 4.700–4.730 dollari, con la chiusura dell’8 maggio che si è attestata in area 4.706 dollari, in lieve progresso giornaliero ma ancora in calo di poco più dell’1% rispetto ai picchi della seconda metà di aprile.
Il quadro resta quello di una correzione in range piuttosto che di una vera inversione, con il mercato che continua a utilizzare l’oro come barometro dell’inflazione attesa e del rischio sistemico.
Sul piano tecnico, il CFD Pepperstone su XAU/USD mostra una struttura di consolidamento rialzista: i prezzi si muovono in una fascia di supporto chiave compresa tra 4.650 e 4.700 dollari, mentre le prime resistenze transitorie si collocano in area 4.780–4.820 dollari, sostanzialmente in linea con i massimi relativi visti nelle ultime sedute di aprile.
Il massimo storico sull’oro, registrato a gennaio in area 5.600 dollari l’oncia (circa 5.608 dollari sul principale CFD di riferimento), continua a rappresentare il benchmark psicologico del mercato, con diversi desk che indicano come area target 4.900–5.000 dollari in caso di rottura confermata delle resistenze di breve.
Il quadro di momentum resta moderatamente positivo: oscillatori come l’RSI giornaliero oscillano intorno alla linea mediana, segnalando un mercato in pausa più che in fase di esaurimento strutturale del trend.
Il contesto macro che fa da sfondo al pricing dell’oro resta quello di un’inflazione sottostante ancora “appiccicosa” e di una Federal Reserve che procede con cautela sul sentiero dei tassi.
L’ultimo dato chiave sul mercato del lavoro, il report Non-Farm Payrolls di aprile pubblicato l’8 maggio, ha registrato 115.000 nuovi occupati contro attese di circa 62.000, a fronte di una revisione moderata al ribasso del dato di marzo ma con un tasso di disoccupazione stabile intorno al 4,3%. Il messaggio è quello di un mercato del lavoro che rallenta ma non cede, con la crescita dei salari orari ancora vicino al 3,8% annuo, elemento che contribuisce a mantenere elevata la componente di inflazione domestica.
Sul fronte dei prezzi, l’indice PCE core di marzo – la misura preferita dalla Fed – ha confermato una dinamica superiore al target del 2%, alimentando la narrativa di un’inflazione che fatica a rientrare nei tempi sperati a inizio anno.
Nonostante alcuni segnali di rallentamento ciclico, i mercati dei Fed funds continuano a prezzare un percorso di riduzione dei tassi molto più graduale rispetto alle attese di gennaio, con una probabilità ancora elevata che il corridoio dei Fed funds resti su livelli restrittivi fino a fine 2026. In questo scenario, un oro stabilmente sopra 4.700 dollari è coerente con rendimenti reali compressi rispetto alla media storica recente e con una domanda strutturale di copertura contro il rischio di persistenza inflattiva.

Sul versante energetico, il petrolio ha ritrovato slancio dopo le correzioni di metà aprile, riportando il benchmark Brent stabilmente sopra quota 100 dollari al barile.
Alla chiusura dell’8 maggio, il CFD sul Brent si è attestato in area 101–102 dollari, in progresso di oltre il 5% nell’ultimo mese e con un balzo di quasi il 60% rispetto a un anno fa, segnalando un repricing vigoroso del rischio energetico. Il WTI ha seguito un percorso analogo, con i prezzi che nelle ultime sedute si sono mossi nella fascia alta dei 90 dollari, coerente con un mercato che continua a prezzare tensioni sul fronte dell’offerta.
Tecnicamente, il Brent ha completato un rimbalzo di medio periodo dai minimi di aprile, difendendo un’area di supporto chiave in zona 86–88 dollari e proiettandosi verso un cluster di resistenze tra 102 e 105 dollari, che rappresenta il principale spartiacque per un’estensione verso 110–115 dollari.
Sul WTI, i livelli di attenzione per gli operatori restano il supporto dinamico in area 88–90 dollari e la resistenza in area 98–100 dollari, oltre la quale si aprirebbe spazio per un test dei massimi di inizio anno. Il driver dominante resta il premio geopolitico legato alle tensioni in Medio Oriente e al rischio intermittente di disruption sulle rotte energetiche strategiche, in particolare nello Stretto di Hormuz, che continua a generare spike di volatilità e rapidi movimenti direzionali a ogni notizia sui negoziati nella regione.

La lettura congiunta di oro e petrolio alla luce degli ultimi dati Usa restituisce un quadro coerente: il mercato sta prezzando una combinazione di inflazione strutturale elevata e rischio energetico ancora irrisolto.
Un oro che consolida sopra 4.700 dollari dopo aver segnato un massimo storico oltre 5.600 dollari in gennaio e un Brent che si muove sopra quota 100 dollari inviano entrambi un segnale di “inflation premium” ancora radicato nelle aspettative di lungo termine. Il breve alleggerimento disinflazionistico legato alle correzioni di aprile appare ormai riassorbito, mentre la componente energia dell’inflazione attesa torna a esercitare pressione su Stati Uniti ed Europa.
Per la Federal Reserve e la BCE, la combinazione di lavoro ancora resiliente, PCE sopra target, oro in area 4.700–4.800 dollari e petrolio in tripla cifra non offre quella finestra di disinflazione “pulita” che avrebbe consentito un cambio di marcia più deciso sulla traiettoria dei tassi. I mercati obbligazionari continuano a operare in uno scenario di “higher for longer” più lungo e meno neutrale rispetto alle attese di inizio 2026, con rendimenti reali compressi e flussi di portafoglio che restano orientati verso asset reali e settori legati alle materie prime. In questo contesto, oro e petrolio tornano a muoversi come termometri sincronizzati di inflazione e rischio geopolitico, rafforzando l’idea che il ciclo di normalizzazione dei prezzi sarà più lento e irregolare rispetto ai manuali.
Dopo il violento storno di marzo, il comparto tech USA a grande capitalizzazione arriva all’ultima seduta utile prima del weekend dell’8 maggio con un quadro decisamente più costruttivo, sostenuto da dati macro in progressiva normalizzazione e da aspettative di politica monetaria meno restrittive. Le ultime letture del PCE core di marzo hanno confermato un rallentamento dell’inflazione verso il 2,8% anno su anno, pur restando sopra il target della Federal Reserve, mentre il dato sui Non‑Farm Payrolls di aprile ha evidenziato una crescita dell’occupazione più moderata e un raffreddamento dei salari, elementi che hanno rafforzato l’idea di un ciclo di tagli graduale dei Fed funds a partire dalla seconda metà del 2026. In questo contesto, la stagione delle trimestrali USA sta premiando in modo selettivo i titoli esposti all’AI e ai data center, con una rotazione interna tra i nomi a beta più elevato e le mega‑cap tipicamente core di portafoglio.
Advanced Micro Devices ha proseguito il suo rally anche nella seduta di venerdì 8 maggio 2026, chiudendo a ridosso dei massimi storici in area 450–460 dollari, con un ultimo prezzo intorno a 455 dollari e una performance a doppia cifra nella sola ultima settimana, in scia a risultati trimestrali superiori alle attese sul fronte data center e AI. Il titolo è ormai ampiamente sopra i livelli di inizio aprile (allora in area 350–360 dollari), a testimonianza di una fase di repricing aggressivo delle aspettative sugli utili legati agli acceleratori AI e al business GPU per data center.
Dal punto di vista fondamentale, il mercato continua a prezzare la capacità di AMD di colmare almeno parte del gap con NVIDIA nel mercato degli acceleratori AI, grazie al ramp‑up della serie MI400 (con le soluzioni Instinct MI450 e piattaforma Helios MI455X) e a una pipeline ordini in forte espansione presso i grandi hyperscaler. Le stime di diversi broker indicano un possibile raddoppio dei ricavi del segmento data center tra il 2025 e il 2026, sostenuto anche da un crescente mix di soluzioni complete hardware‑software.
Tecnicamente, la struttura di breve termine resta impostata al rialzo: i primi supporti si collocano ora in area 430–435 dollari, con una fascia di controllo più profonda in area 400–410 dollari, mentre le resistenze si individuano sui massimi recenti in area 455–460 dollari e, in estensione, verso un cluster psicologico in area 480–500 dollari. L’RSI daily permane in zona di ipercomprato tattico, in linea con il rally delle ultime sedute, ma finché i prezzi resteranno sopra i supporti di breve lo scenario di trend‑following rialzista resta intatto.
Intel ha vissuto una settimana di straordinaria forza relativa, culminata nella seduta di venerdì 8 maggio 2026 con una chiusura in area 120–125 dollari, a fronte di un ultimo prezzo intorno a 124,9 dollari e volumi eccezionalmente elevati, segnale di forte partecipazione istituzionale. Il titolo ha ormai lasciato alle spalle il precedente trading range in area 60–80 dollari visto nel 2025, spostando il baricentro delle quotazioni nella nuova fascia 110–130 dollari, in scia a un rerating legato alla divisione foundry e alla visibilità crescente sul business data center.
Nel nuovo quadro competitivo, Intel beneficia di una narrativa di rilancio supportata dalla roadmap CPU per data center (famiglie Emerald Rapids, Granite Rapids e successive) e dal posizionamento come fornitore chiave di capacità produttiva per terzi, in un contesto di spesa strutturalmente in crescita per infrastrutture AI e cloud. A ciò si aggiungono le iniziative di reshoring produttivo negli Stati Uniti e in Europa, sostenute da incentivi pubblici, che rafforzano il ruolo strategico del gruppo lungo la catena del valore semiconduttori.
Sul piano tecnico, il primo supporto di breve periodo passa ora in area 118–120 dollari, con una zona di difesa più ampia in area 110–112 dollari, mentre le resistenze più immediate sono individuabili in area 130–135 dollari, con possibili estensioni verso la soglia psicologica dei 140 dollari in caso di ulteriori revisioni al rialzo delle stime sugli utili. L’RSI daily è entrato in piena area di ipercomprato dopo il balzo delle ultime sedute, suggerendo la possibilità di fasi di consolidamento laterale o di pull‑back tecnici contenuti sopra i nuovi livelli di supporto, più che di un’immediata inversione del trend.
Dopo il sell‑off di marzo, NVIDIA ha archiviato la prima parte di maggio in una fase di consolidamento rialzista, con la seduta di venerdì 8 maggio 2026 chiusa in area 213–216 dollari (ultimo prezzo intorno a 215,2 dollari), ben al di sopra dei minimi di marzo in area 165–170 dollari. Il titolo beneficia della prosecuzione della rotazione verso l’hardware AI e di un sentiment nuovamente costruttivo sul comparto semiconduttori, in attesa dei prossimi passaggi chiave sul fronte ordini per la piattaforma Blackwell.
Il focus degli investitori resta sulla capacità del gruppo guidato da Jensen Huang di tradurre l’ampio portafoglio ordini AI legato alla piattaforma Blackwell (e alle generazioni successive) in crescita effettiva di ricavi e margini tra il 2026 e il 2027, mentre il management continua a ribadire la roadmap post‑Blackwell, l’espansione delle “AI factories” e il rafforzamento dell’ecosistema di partner, elementi che consolidano il ruolo di backbone dell’infrastruttura AI globale.
Sul fronte tecnico, i supporti di breve si collocano ora in area 205–208 dollari, con un’area di controllo più profonda in zona 190–195 dollari, mentre le resistenze immediate passano per 220–225 dollari, con un successivo cluster di forza individuabile in area 235–240 dollari. La media mobile a 200 giorni resta il principale riferimento strutturale di lungo periodo, mentre un RSI daily in area neutro‑positiva riflette la normalizzazione della volatilità dopo la correzione di marzo e lascia spazio a ulteriori estensioni del rimbalzo.
Apple ha chiuso la seduta di venerdì 8 maggio 2026 in area 290–295 dollari, con un ultimo prezzo a 293,32 dollari e volumi in linea con la media, proseguendo il recupero dai minimi di marzo. Rispetto ai massimi del 2025 (in area 288–289 dollari), il bilancio 2026 è tornato in territorio moderatamente positivo, con il titolo che si muove ora leggermente sopra quei livelli, segnalando una fase di ricostruzione ordinata più che un rally esplosivo.
La struttura tecnica è coerente con un quadro di mercato maturo: i prezzi si mantengono stabilmente sopra la soglia dei 280 dollari e oscillano in prossimità delle medie mobili di breve‑medio periodo, mentre la media a 200 giorni continua a fungere da direttrice di fondo in graduale risalita. Il supporto dinamico di breve può essere individuato in area 282–285 dollari, con possibili estensioni verso 275–278 dollari in caso di rinnovata volatilità legata a temi macro o regolatori, mentre un consolidamento stabile sopra 295–300 dollari costituirebbe un segnale di rafforzamento relativo rispetto al comparto tech, aprendo spazio a un progressivo riavvicinamento verso la fascia 305–310 dollari.
Microsoft ha chiuso la seduta di venerdì 8 maggio 2026 in area 415–420 dollari, con un ultimo prezzo intorno a 415,1 dollari, dopo aver trattato in settimana prevalentemente sopra quota 410 dollari. Il titolo prosegue così il recupero dai minimi di marzo, ma resta distante dai massimi di fine 2025, collocati in area 510–520 dollari, con un drawdown ancora nell’ordine del 15–20%, che mantiene Microsoft tra le mega‑cap core in piena fase di ricostruzione strutturale.
Dal punto di vista tecnico, il prezzo si colloca nella parte medio‑alta della fascia di trading degli ultimi mesi, con supporti di breve in area 408–412 dollari e una zona di sostegno più ampia in 395–400 dollari, mentre le resistenze iniziali si attestano a 425–430 dollari, con un’area di forza più strutturale in 445–450 dollari, la cui riconquista rappresenterebbe un primo segnale di ripresa più robusta del momentum. In ottica fondamentale, il mercato continua a prezzare la leadership di Microsoft nel software enterprise e nel cloud, nonché il ruolo di piattaforma centrale per l’AI generativa tramite Azure e le soluzioni di copilot, ma la valutazione resta esigente e rende fisiologiche fasi di consolidamento.
Amazon continua a mostrare una struttura relativamente più resiliente rispetto ad altre mega‑cap, con la seduta di venerdì 8 maggio 2026 chiusa a 272,68 dollari, dopo un range intraday compreso fra 269,95 e 274 dollari, in continuità con il recupero avviato dai minimi di fine marzo. Il range operativo delle ultime 4–6 settimane si è spostato progressivamente verso l’alto, dalla banda 240–255 dollari all’attuale corridoio 260–275 dollari, delineando una fase di consolidamento costruttivo dopo i massimi YTD registrati a inizio anno in area 275 dollari.
Rispetto a tali massimi, Amazon presenta oggi un ritracciamento molto contenuto, nell’ordine di pochi punti percentuali, inferiore ai drawdown osservati su altre mega‑cap tech, coerente con una volatilità più moderata e con una narrativa di crescita equilibrata tra e‑commerce, pubblicità e AWS. In chiave tecnica, la zona 262–265 dollari rappresenta oggi la base di riferimento di breve, mentre l’area 275–280 dollari costituisce il vero banco di prova: un superamento con successivo consolidamento sopra questa fascia potrebbe innescare una nuova gamba rialzista, confermando la forza relativa del titolo all’interno del paniere growth.
Alphabet (classe A, GOOGL) ha chiuso la seduta di venerdì 8 maggio 2026 in area 397–402 dollari, con un close ufficiale a 400,80 dollari, in progresso rispetto ai livelli della settimana precedente, dopo aver segnato un massimo intraday a 402 dollari.
La dinamica degli ultimi giorni conferma una traiettoria ordinata di rialzo, con il titolo inserito in un canale ascendente ben definito e privo di eccessi di volatilità intraday, sostenuto da risultati solidi su ricerca, pubblicità e cloud.
All’interno del 52‑week range, che si estende da circa 140 dollari fino ai massimi oltre 400 dollari, Alphabet si colloca oggi nella parte medio‑alta della banda, sopra le principali medie mobili di medio periodo, con un RSI in zona neutro‑positiva coerente con una fase di stabilizzazione e progressivo rafforzamento. Il comportamento del titolo appare più ordinato rispetto a Apple e Microsoft, con una rotazione dei flussi più equilibrata e una minore esposizione esclusiva alla narrativa AI‑centrica, elementi che ne rafforzano l’appeal come core holding tra le large‑cap tech.
Dal punto di vista tecnico, i supporti chiave si collocano in area 390–392 dollari e, più in basso, in area 375–380 dollari, mentre le resistenze si concentrano sui massimi storici e nella fascia 405–410 dollari.
Meta Platforms ha archiviato la settimana che si è chiusa venerdì 8 maggio 2026 con una chiusura in area 605–610 dollari, pari a un close ufficiale di 609,63 dollari, mantenendosi nella parte alta del proprio range a 52 settimane e proseguendo il percorso di recupero intrapreso dopo la correzione di marzo.
Il titolo si conferma stabilmente sopra la soglia dei 600 dollari, con un andamento settimanale complessivamente costruttivo e livelli di volatilità ancora contenuti, nonostante la forte esposizione al tema social‑AI e alla monetizzazione pubblicitaria delle piattaforme del gruppo.
Rispetto ai massimi di fine 2025, posizionati nell’area 655–700 dollari a seconda del picco considerato, il ritracciamento risulta ancora limitato, alla luce dell’attuale collocazione vicino alla parte alta del range storico, e lascia spazio a eventuali estensioni nel caso di ulteriori sorprese positive sugli utili o sulla crescita degli utenti.
La struttura tecnica di Meta resta tra le più solide del comparto: i prezzi consolidano in una fascia 600–630 dollari, con minimi crescenti dall’inizio del 2026, un RSI in zona neutro‑alta e un quadro che continua a suggerire accumulazione istituzionale, mantenendo il titolo tra i candidati privilegiati per l’esposizione al binomio social‑AI.
Tesla ha confermato nelle ultime settimane un sensibile miglioramento rispetto al quadro di debolezza di inizio anno e, alla data dell’8 maggio 2026, scambia in area 420–430 dollari, con un prezzo intorno a 428 dollari e un range intraday che si è spinto oltre i 430 dollari nella seduta di venerdì. Il titolo ha consolidato sopra quota 410–415 dollari, beneficiando del rimbalzo generalizzato del comparto growth, del recupero del sentiment su EV e della rinnovata propensione al rischio da parte del mercato, in un contesto di crescente attenzione anche alle iniziative del gruppo nel campo dell’AI applicata alla guida autonoma e alla robotica.
Rispetto ai massimi di fine 2025, collocati in area 430–440 dollari, il drawdown si è quasi interamente riassorbito, ma la volatilità resta elevata e il titolo continua a comportarsi come un proxy ad alto beta sia sul tema EV sia sul fronte AI. Dal punto di vista tecnico, la fascia 410–415 dollari funge da primo supporto di breve, con una zona di controllo più profonda in area 390–395 dollari, mentre le resistenze immediatamente superiori si collocano in area 435–440 dollari, con target di forza potenziali in area 460–480 dollari. L’RSI si è riportato stabilmente in area neutra dopo le frequenti incursioni in zona di ipervenduto nei mesi precedenti, indicando una partecipazione rialzista più ampia e l’uscita progressiva dalla fase di stress strutturale.
Nel complesso, il gruppo delle mega‑cap statunitensi legate alla tecnologia e all’intelligenza artificiale ha archiviato la settimana che conduce all’8 maggio 2026 in una fase di riaccumulazione dopo il sell‑off di marzo, in un contesto di progressivo ritorno del rischio su titoli growth e di prosecuzione del rally dell’indice Nasdaq‑100. All’interno di questo quadro, NVIDIA e Tesla restano i titoli a più alta volatilità e beta sull’AI e sul comparto EV, mentre Meta Platforms, Alphabet, Amazon, Apple e Microsoft presentano strutture tecniche più ordinate e compatibili con posizionamenti core di portafoglio, in un contesto in cui la selettività sugli utili e sulla qualità dei bilanci torna centrale dopo la fase più speculativa dell’AI trade.
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